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IL TERMOVALORIZZATORE È UN INCENERITORE

Alexander89

Con il dopoguerra, l’Italia da Paese agricolo è divenuta un Paese industriale. Molte aree agricole si sono trasformate in aree industriali, come quella tarantina, che oggi, dopo 60 anni, riflette sul proprio futuro. Siamo una terra che per lungo tempo ha barattato il lavoro con la salute. Una terra che è stata per troppo tempo vittima di abusi e soprusi da parte di grandi aziende e oggi anche da parte dello stesso Governo, che con la sua scelta su Ginosa, con il sì al termovalorizzatore, ci espone a preoccupazioni e timori per il futuro.

IL TERMOVALORIZZATORE È UN INCENERITORE

Si torna con questa decisione a parlare di un termovalorizzatore, con la solita narrazione rassicurante fatta di tecnologie di ultima generazione e filtri all’avanguardia. Ma dietro il gioco di parole resta sempre la stessa cosa. Inceneritore e termovalorizzatore sono utilizzati come sinonimi. Come già chiarito dall’Accademia della Crusca. Si tratta di impianti che smaltiscono i rifiuti bruciandoli ad alta temperatura, producendo ceneri, polveri e gas, con la sola differenza che il calore viene recuperato per produrre energia elettrica. Il risultato finale cambia poco, quasi niente. Rimane il fumo e tanto altro. Perché, durante la combustione, possono essere generate e, nonostante i sistemi di filtraggio e abbattimento, emesse nell’ambiente sostanze come il particolato fine, gli ossidi di azoto, le diossine, i furani e i metalli pesanti come mercurio, cadmio e piombo. Sostanze che non si limitano a disperdersi nell’aria e sparire. Molte di queste sono persistenti, resistono alla degradazione naturale, si accumulano nei terreni, nei vegetali e nei tessuti degli organismi viventi, risalendo la catena alimentare fino a noi.

I CONTROLLI DEI FUMI E LE RICADUTE SULL’AMBIENTE CIRCOSTANTE

C’è poi un dettaglio che riguarda il modo in cui viene gestito il controllo. Il controllo regolatorio delle emissioni, attraverso limiti sulle emissioni e controlli alla fonte, si concentra soprattutto sulla misura di ciò che esce dal camino, dal fumaiolo, mentre il monitoraggio sistematico di ciò che effettivamente si deposita nell’ambiente circostante è un’altra questione. Si certifica cioè quello che esce, mentre la deposizione nell’ambiente richiede strumenti di monitoraggio diversi. Per questa ragione, Zero Waste Europe ha condotto uno studio scegliendo un altro metodo, ovvero affiancando alle misurazioni delle emissioni un approccio di biomonitoraggio, cercando direttamente gli inquinanti nelle matrici ambientali e negli organismi presenti intorno agli impianti. Tra questi, gli idrocarburi policiclici aromatici, sostanze che si formano quando durante il processo di combustione il prodotto brucia in modo incompleto, e che sono riconosciute come mutagene e probabili cancerogene per l’uomo. Gli impianti di questo tipo emettono sostanze che si diffondono nell’aria e si depositano al suolo, con una concentrazione che diminuisce man mano che ci si allontana dal camino. Più si è vicini alla fonte, più a lungo e più intensamente si respira, si coltiva, si vive dentro quella nube. Per questo gli studi scientifici misurano il rischio a fasce di distanza, confrontando chi abita a poche centinaia di metri con chi abita a diversi chilometri. E quando quel rischio mostra una certa proporzionalità con la distanza dalla fonte, il dato è compatibile con un ruolo dell’impianto nell’esposizione.

GLI EFFETTI SULLA SALUTE

È esattamente questo tipo di proporzionalità che gli studi epidemiologici cercano di misurare, per stabilire il rischio di incidenza per vari tipi di tumore. Per il linfoma non-Hodgkin, un tumore del sistema linfatico, i dati significativi arrivano da due studi francesi condotti sull’inceneritore di Besançon, attivo dal 1980 al 1995. Il primo, pubblicato nel 2003 sulla rivista Epidemiology, ha misurato tra chi viveva nella fascia più esposta alla diossina un rischio 2,3 volte più alto rispetto a chi viveva più lontano. Un secondo studio, pubblicato nel 2008 su un’area più ampia (quattro dipartimenti francesi e tredici inceneritori attivi tra il 1990 e il 1999), ha confermato un aumento più contenuto ma ancora significativo, del 12% nelle zone più esposte, che saliva al 18% tra le donne. Per il tumore al seno, i risultati significativi vengono da due studi. Il primo ha seguito per ventiquattro anni oltre centomila infermiere americane nella Nurses’ Health Study II, trovando tra chi viveva entro 10 km da un inceneritore un rischio di tumore al seno invasivo più alto del 15%. Chi viveva entro 5 km arrivava al 25% in più, con un aumento ulteriore legato alla durata di residenza. Il secondo studio, condotto in Italia attorno a due inceneritori di Forlì (uno attivo dal 1976, con emissioni di diossina rimaste alte fino al 1996) e con un follow-up dal 1990 al 2003, ha trovato tra le donne un aumento significativo sia della mortalità per tutti i tumori nella fascia più esposta sia dell’incidenza di tumore al seno. Sugli impianti di terza generazione invece, sul cancro non esiste ancora evidenza, né a favore né contro. Il motivo è il tempo di latenza: un tumore impiega in media dieci, vent’anni a manifestarsi dopo l’esposizione, e questi impianti non sono ancora abbastanza vecchi da permettere uno studio in merito. Lo conferma il programma di sorveglianza sanitaria attivo attorno all’inceneritore di terza generazione di Torino, in funzione dal 2013, dove nel report più recente, pubblicato nel 2025, i ricercatori dichiarano esplicitamente di non aver ancora analizzato il rischio di cancro proprio per l’insufficiente tempo di latenza. Invece, su una coorte di quasi 370.000 residenti hanno monitorato malattie cardiovascolari, respiratorie ed esiti della gravidanza. Nel complesso, i ricercatori hanno osservato nella fascia di popolazione più vicina all’impianto una tendenza all’aumento del rischio di insorgenza di scompenso cardiaco, cardiopatia ischemica e malattie respiratorie, con anche una tendenza all’aumento del rischio di nascite pretermine.

I RISCHI NEL TEMPO

Il punto è proprio questo, non stiamo parlando solo di impianti attivi tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila, su cui abbiamo dati certi che associano in maniera incontrovertibile il rischio di sviluppare un tumore all’esposizione alle sostanze tossiche prodotte nel tempo, e solo questo basterebbe a non considerare nemmeno l’idea di un impianto tanto inquinante, ma stiamo parlando anche di studi recenti, per i quali, nonostante già si conosca la loro pericolosità nel causare malattie respiratorie e cardiovascolari, non si hanno ancora dati disponibili sullo sviluppo di patologie tumorali. Perché anche l’impianto più moderno continua a emettere diossine, metalli pesanti e composti persistenti, semplicemente in quantità ridotte. E quando si tratta di sostanze che si accumulano nell’organismo e nell’ambiente nel corso di decenni, ridurre la quantità non significa azzerare il rischio, significa solo dilatarne i tempi.

DALLA TERRA ALLA TAVOLA

E qui arriva il punto che ci riguarda più da vicino. Questa è una terra che vive di campi, di raccolti, di filiera. E su un territorio agricolo il rischio cambia natura. Non si tratta più solo di aria da respirare, ma di suolo da coltivare e di cibo da portare in tavola. Le emissioni di un inceneritore non riguardano solo il comparto aria, ma anche l’acqua e il suolo, e proprio lì si gioca la partita più delicata per chi lavora la terra. I metalli pesanti e i composti persistenti non restano confinati intorno alla ciminiera. Si depositano sui campi, entrano nelle colture, finiscono nel bestiame, e da lì tornano a noi attraverso quello che mangiamo. Un’esposizione lenta, silenziosa, che non fa notizia come un incidente ma che si accumula anno dopo anno, esattamente come si accumulano nell’ambiente le sostanze che la producono. Non vogliamo essere noi la prossima primavera silenziosa di questa terra.

TARANTO DOVREBBE AVER INSEGNATO QUALCOSA

E se qualcuno ci dirà ancora una volta che la salute deve cedere il passo al lavoro e allo sviluppo, che si guardi allo specchio della nostra stessa regione. A Taranto quella promessa è stata fatta per decenni. Prima il lavoro, poi si vedrà. E ogni volta che qualcuno ha provato ad alzare la voce, la risposta è stata la stessa minaccia: chiudere, licenziare, togliere il pane. Non ci serve scomodare i numeri di quella vicenda per capire come va a finire quando un territorio viene messo davanti a un ricatto simile. Ci basta ricordare che è già successo, a due passi da qui, e che a nessuno dovrebbe più essere permesso di riproporre lo stesso copione, lo stesso ricatto.

 

 

 

 

Articolo a cura di Valentino Ribecco, PhD

Ricercatore Postdoc

Institut Curie – Centre de Recherche, Paris

Laboratorio del Microambiente Tumorale su Glioblastoma e tumori cerebrali.

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